Giorgio Avigdor
Fotografo

Ricordo le lunghe conversazioni con Giorgio per le vie del centro di Torino negli anni Novanta, e quelle ugualmente intense per telefono tra Torino e New York, negli anni successivi. Erano scambi tra maestro e allieva, tra due amici. Su tutto, ciò che sempre mi colpiva era il suo punto di vista sulle cose, mai giudicante e mai prevedibile. Uno spiazzamento che produceva un’impressione autorevole. Gli riconoscevo quella distinzione innata, naturale, di chi non ha bisogno di imporre il suo pensiero agli altri. La stessa nota trovo che risuoni in tutta la sua opera. Difficilmente Giorgio suscitava in chi lo incontrava una reazione neutra: sin dal primo scambio, o era sintonia o era distanza. Non amava invece parlare molto, durante le lezioni in Accademia: erano brevi e fruttuose indicazioni, esercitazioni rigorosissime, chiare e precise restituzioni. È stato uno di quei maestri che trasmettono più con gli atti che con le parole, con l’opera e la passione più che con la teoria, si potrebbe quasi dire per osmosi. Di tutto questo gli sono grata.

Giorgio Avigdor si è spento improvvisamente a Cannes lo scorso 25 marzo, all’età di 87 anni.

Questa mostra, che da diversi mesi era in preparazione, giunge come un saluto dell’autore ai visitatori e a tutti gli amici che verranno a vederla. Insieme ad alcuni ritratti e alle foto di moda degli anni Sessanta saranno esposti i più recenti lavori a colori di Cannes e di New York, passando per il ciclo di interni della casa di Montiglio ed altre fotografie rappresentative degli anni Ottanta. Senza essere una retrospettiva, l’esposizione offre in una trentina di immagini l’occasione di compiere un piccolo ma significativo viaggio nell’universo dell’artista percorrendone alcune tappe fondamentali.

Fotografo di città, di moda ma anche di interni, nonché fine ritrattista, maestro del bianco e nero che apre la porta al colore. L’opera di Avigdor risulta difficile da attribuire a precisi generi o influenze e tende a sfuggire alle definizioni. Uno sguardo libero il suo, specchio di uno spirito innamorato della visione, di un pensiero colto, sottile e lucido che non ha mai smesso di sperimentare, di cercare... e di trovare.
Se ci si prende il tempo per osservare, ci si accorge che le foto di Giorgio sono disseminate di punti di attenzione che richiamano a turno lo sguardo senza però impigliarlo troppo a lungo, dunque senza arrivare al punto di distoglierlo dalla compiutezza dell’insieme. In ogni immagine convivono perfezione e completezza con il senso provvisorio dell’istante, l’understatement con il garbo raffinato. Una magia resa possibile grazie all’autenticità dell’atto creativo, scaturito da quel principio kandinskiano di necessità interiore che ha sempre animato l’artista.

Il curatore Jean-Claude Lemagny in un testo del 1989, esprimendosi in merito ad alcune sue foto di interni, descrive in modo poetico ed efficace la capacità del fotografo di “accogliere la luce in tutti i suoi echi fino all’oscurità più segreta, senza mai romperne la continuità”, e paragona le sue sfumature di grigi al “canto di un violoncello nell’ombra”. Possiamo solo aggiungere: grazie Giorgio, ci mancherà la tua musica.

Paola Mongelli