MARCO PELLIZZOLA
OMBRA CELESTE
Arcipelaghi e altre costellazioni: la camera picta di Marco Pellizzola

La decorazione è la sorella stravagante, imprevedibile, visionaria, eccentrica, ammiccante e trasognata (ma l’elenco degli aggettivi e delle attitudini sarebbe infinito) delle altre arti. In passato, su pareti grondanti di battaglie inevitabilmente trionfali, di potenti che, immedesimandosi negli dei, volteggiavano sui soffitti accanto ai loro santi in paradiso, s’insinuava bizzarra e allusiva, tra grottesche, arcadie feriali, apparati effimeri in trompe l’oeil; e creature appartenti a pantheon o zoologie teologicamente o scientificamente non omologati animavano un mondo parallelo rispetto alle storie presunte vere, alla realtà stessa dello spazio che le conteneva. In tal senso, la «decorazione» è come l’ombra ribelle della pittura e dell’arte tutta. Una quinta scenografica che, come nel doppio vaso di Rubin, sa arretrare e affacciarsi da protagonista sul bordo della scena. L’ombra stessa, d’al- tra parte, contiene in sé l’arguzia della doppiezza, nel momento in cui «tradisce» la forma che la vorrebbe schiava della sua silhouette e ne svela l’anima più intima e vera. Non a caso Jung vi bazzicò a lungo e l’arte contemporanea, così ammaliata dal rapporto tra verità e apparenza, natura e artificio, temi sempre più forti nell’era di realtà aumentate e fake news, la corteggia in molti modi: Tim Noble e Sue Webster, Kara Walker, William Kentrige sono soltanto alcuni fra i molti attuali elogiatori dell’ombra.

Ma perché si parla qui d’ombra e di decorazione, arte soggetta a periodiche persecuzioni ed esilii, a riduzioni in schiavitù ma anche ad inadeguati protagonismi, a proposito di Marco Pellizzola? Dell’ombra si dirà dopo. Quanto alla decorazione, Pellizzola la insegna da tanti nelle Accademie senza l’insofferenza e il risentimento dell’esiliato rispetto alle cosiddette sorelle maggiori. Anzi, negli anni ha riaperto gioiosamente la questione della creazione collettiva (con gli studenti) come atto necessario di un’arte che si basa sulla molteplicità delle competenze e delle forze intellettuali e fisiche in campo. E poi, senza con questo voler concludere l’argomento, perché nella sua pratica Pellizzola fa i conti, senza angosce, con la transitorietà dell’opera e con il nomadismo che, storicamente, è condizione tipica di chi esercita un’arte “aperta”, legata ai luoghi e alla loro simbologia, capace di conta- minare i luoghi che percorre più attraverso le idee, il pensiero, le “invenzioni” che tramite la presunzione della permanenza. La tappa da Paolo Tonin è l’ultima di una trilogia iniziata nella sua Cento (il ferrarese è notoriamente terra prolifica di visionari e di eccentrici), pro- seguita in luoghi sacri del Belgio (con mirabile levità, qui, ha saputo abbinare arte sacra e arte civile, spiritualità e memoria) e approdata infine a Torino, la città in cui Furio Jesi collocò i giorni estremi di Moriquì, l’umile malinconico burattinaio di un teatro d’ombre, ultima arte possibile fra poeti laureati e vati a prescindere. La notte, come nel libro del grande mitologo, è tra le protagoniste della camera picta in cui Pellizzola ha tramutato la galleria di Tonin. Qui l’ombra non ha il compito di scacciare i demoni ma di restituire alla pittura le sue ragioni, con quadri che proiettano “oggetti d’ombra”, in una vertiginosa in- versione di ruoli: ciò che è dipinto, cioè evocato, è più autentico e concreto della tridimensionalità in cui si concretizza la realtà. Il celeste che ricopre le pareti non ha bisogno del buio per lasciarsi perforare da costellazioni che a loro volta si coagulano nelle isole di una google-map dell’immaginario. In questa “notte diurna”, in questo cielo-mare che in- vade le pareti, le isole sono dipinte in un celeste più intenso. Nelle mappe lo si fa per in- dicare, al contrario, la profondità delle acque, ma nel progetto di Pellizzola si apre in questo modo un nuovo gioco di inversioni: il pittore-cosmografo, s’è detto, fa dell’oggetto un’ombra, e del suo sviluppo pittorico una verità; oppure della profondità un rilievo, e viceversa. In un isolario di planisferi celesti, in arcipelaghi astrali si celebra qui l’arte del viaggio e del necessario naufragio. Il tutto nella coscienza che l’arte è illusione necessaria in quanto in grado di svelarci una verità, una rotta, che condanna l’artefice al viaggio, perché è solo il movimento coatto (o ricercato) che porta alla conoscenza, che altro non è se non un arcipelago attraverso il quale lanciare dei ponti, oggi, nell’era degli integralismi di ogni tipo, quanto mai necessari. Forse si deve a questi motivi la scelta di Pellizzola di operare alla confluenza di più linguaggi, tra pittura, installazione e scultura; e di liberare la pittura dalla sua incorniciata cattività.

La pittura, incarnandosi nei destini della decorazione come elevazione del vivere, in quanto arte “abitabile”, diventa allora esperienza cognitiva, esistenziale e comportamentale; stupisce, in un artista d’oggi, il legame con un messaggio che viene da lontano, dalle grotte di Platone e dal mondo nuovo (in quanto antico) in cui si calavano gli esploratori cinquecenteschi della Domus Aurea, da Altamira all’utopia modernista, in un tempo circolare la cui misura si nasconde nel mito, nell’affabulazione e nella poesia.

“Aggiunse al’arte della pittura Polidoro facilità, copia d’abiti e stranissimi ornamenti e garbi nelle cose d’ogni sorte, e grazia e destrezza in ogni lineamento o pittura; arricchilla d’una universalità d’ogni sorte figure, animali, casamenti, grottesche e paesi, che da lui in qua ogni pittore ha cercato essere in tutte queste parti universale”.
FRANCO FANELLI