Pino Mantovani
Danae o Della pittura

“L'ho visto dialogare con angeli caduti, intelligente abbastanza da riferirceli nella loro nudità e scaltro all’inverosimile nell’impegno di restituirceli travestiti di sottili sfumature di colore tanto bello quanto irreale. Un indugio al vero, simile solo a se stesso, per lo meno ai suoi autoritratti che spiegano quello che vorrebbe dall’abbandono(del se medesimo). L'ho immaginato filtrare colore e come alchimista urlare alla pratica del pittore... che gli toglie insieme all’autorevolezza la condizione del bello perché “sbriga”il suo riflesso come fosse il verbo che incanta. Lo trovo, oggi, nei suoi paesaggi di pelle appena accennata, seduttiva quanto basta per ricondurmi a un gioco che di perverso ha solo la mano che, con un accendino, accarezza la tela per spogliarla della sua pelosa, ruvida matericità...”
Lucia Nazzaro

“Pino Mantovani è un funambolo della pittura. Procede con sicurezza su un filo sottile, linea di frontera, di separazione e nello stesso tempo d’incontro, fra astrazione e figura. E quel filo è anche quello che cuce il mito con il tempo, il mito e il tempo della pittura. Pittura colta, o meglio coltivata, non per concetti e citazioni ma mediante esperienza consumata direttamente nel fare e disfare, nell’ingarbugliare e nel dipanare, nel mettere e togliere sulla tela. Un processo di assimilazione interiore in cui lo sguardo contemplativo diventa mano intelligente che riproduce, ricrea e rinnova i segni e i sogni della storia della pittura. Così sulla tela ritessuta dal funambolo riappare, sotto nuovissima veste, un miraggio antico, archetipico: Danae fecondata dalla pioggia d’oro di Zeus... Sulle tele di Mantovani l’oro è l’astrazione della pittura incarnata in colore puro..., mentre il nudo femminile è emblema e culmine dell’eros sublime e inaccessibile...”
Andrea Balzola

“... La pittura [di Pino Mantovani] rarefatta, essenziale dell’unico simulacro d’immagine (diafana nudità di Danae spiata di spalle) e l’assenza di indizi di profondità, annullano quasi del tutto il rapporto figura-sfondo. Il grande rettangolo di tela che la ospita e che tinge l’aria di colore – per esalazione, sublimazione di pigmenti – sembra volerla risucchiare, vincerne l’ostinazione a resistere sul limite dell’assorbenza, per vivere di vita propria, non essendo mai estinto il vincolo con la propria ascendenza astratta. Così la figura, nel campo che fermenta di colore aptico, si smagrisce, perde la propria solidità di volume, di corpo e si racchiude nel proprio orlo sinuoso d’arabesco dissimula la propria generazione dalle eteree, angeliche e peccaminose fanciulle della pittura simbolista. Diventa plaga di colore, puro ritmo di modulazioni cromatiche, pittura insomma, nient’altro che pittura...”
Ettore Ghinassi

“... Mantovani ha dedicato con amore, venerazione, ironia, sarcasmo e nostalgia, molti racconti agli artisti che ha incontrato. Vi prendono forma anime diverse, portatrici di diverse frustrazioni, presunzioni, voglie, aspirazioni, delusioni, sogni e talent. Accade che il lettore riconosca, dietro a quelle storie, aneddoti, apologhi, il ritratto di artisti esistiti o esistenti. Il problema è che sì per la maggior parte sono o sono stat veri, ma intanto in ogni interlinea prende forma un frammento della fisionomia, delle ansie, dei godimenti, dei compiacimenti e dei masochismi dell’autore. Non perchè vi si specchi, ma perché egli è parte di quella famiglia. Si affaccia anche l’ipotesi più inquietante ma probabilmente più verosimile: che Mantovani stesso non sia altro che il personaggio di un suo racconto, e noi lo stiamo leggendo credendo che sia lui a leggere il nostro lavoro. Si tratterebbe, in tal caso, di un “carattere” non così comune nella tragicommedia dell’arte...”
Franco Fanelli